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Agostini, Luigi
MdM_IT_P_00511 · Persona · 1940 nov. 21 - 2022 mag. 16

Luigi Agostini nasce a San Sisto, frazione di Piandimeleto, il 21 novembre 1940. La famiglia è di estrazione contadina; i genitori sono piccoli coltivatori diretti, possiedono e lavorano un podere nell’Alto Montefeltro, «terra dalla luce unica». Come ricorda lo stesso Agostini in una sua testimonianza, essi erano «per storia e ‘istinto’ […] forse gli unici coltivatori diretti comunisti della zona», considerando la marcata egemonia delle organizzazioni cattoliche della Bonomiana, «che faceva leva proprio sulla questione della proprietà per instillare nei piccoli proprietari un’avversione viscerale contro le idee comuniste». Agostini aderisce al Pci nel 1958 in un frangente come quello a ridosso degli anni Sessanta, in cui la presenza e il radicamento comunista ne facevano «una forza organizzata, ed un modello di organizzazione, senza pari, ineguagliabile: il Pci aveva sui quarantamila iscritti, la Fgci sui cinquemila iscritti, sui trecentomila abitanti della provincia». Egli cresce in una realtà familiare connotata da un interesse totale per la politica. Come ricorda il futuro dirigente sindacale: «nella mia famiglia si parlava sempre e soprattutto di politica; anche la piccola comunità della frazione in cui abitavo parlava quasi sempre di politica; ancora ricordo le discussioni, dopo aver sentito Radio Praga, fra questi uomini distrutti dalla fatica della giornata, sulle vicende di Coppi e Bartali al giro di Francia, e insieme sulla bontà o meno della decisione di Mao di ordinare a Lin Piao di attraversare lo Yangtze per dare l’ultima spallata al regime di Chiang Kai-shek». Una prima svolta nel percorso di vita di Agostini è determinata dalla scelta di continuare gli studi per l’insistenza del maestro elementare con i famigliari. Era un ragazzo che leggeva tutto ed imparava, sosteneva il maestro. Fu il nonno ad avere l’ultima parola – ricorda il futuro sindacalista – la famiglia avrebbe potuto fare il sacrificio di farlo studiare (privandosi del lavoro di un giovane nei campi), solo «alla condizione che io studiassi per poter meglio difendere le loro idee». Successivamente, frequenta il collegio a Sassocorvaro e il Liceo classico Mamiani a Pesaro dove era l’unico nelle sue classi a dichiararsi apertamente comunista e dove apprende che la politica deve basarsi sulla cultura «per non ridursi a semplice maneggio, intrigo, scalata personale, [o] a risultare ininfluente». Al Liceo trova nel professore di Storia e Filosofia, Aldo Giunchi, un formatore eccezionale. Nel 1967 si laurea in Scienze Politiche, con una tesi intitolata Il ruolo del consumo nelle economie pianificate, presso l’Università La Sapienza di Roma. Nello stesso anno entra nella Camera del Lavoro di Pesaro, voluto da Elmo del Bianco, con l’incarico di organizzare, non senza qualche benevola diffidenza, l’Ufficio Studi e già nello stesso anno è incaricato di riorganizzare come segretario provinciale la Fiom, ruolo che ricopre fino al 1972, mentre dal 1970 al 1974 è membro della segreteria della Camera del Lavoro provinciale. Sul versante del Partito, invece, Agostini entra nel Comitato federale della Federazione comunista nel 1968. Di Elmo Del Bianco ricorda un insegnamento indimenticabile: «ricorda sempre, Gigi, che quando tra un operaio ed un intellettuale scocca la scintilla, quella è dinamite». La connotazione politico-culturale della Cgil, come del Partito, in parte ancorata alla congiuntura post-resistenziale e all’insediamento prevalentemente rurale, era nettamente al di sotto di ciò che sarebbe stato necessario sul versante della contrattazione industriale, da cui seguiva che le rivendicazioni di categoria, in quanto soggetto su cui far leva per strappare conquiste e diritti, pur nel quadro di un’azione sindacale di ampio respiro e con un afflato generale, erano scarsamente valorizzate. Agostini ricorda ancora che la quasi unica manifestazione provinciale che si faceva, ma ritualmente, era quella della Federmezzadri. In tal senso, il passaggio da provincia prevalentemente agricola, a provincia con una base fortemente industriale, non era stato colto in tutte le sue implicazioni né dal Partito né dalla Cgil. Come ricorda Agostini: «la contraddizione hegeliana, per dirla in termini solenni, o se vogliamo di classe, può essere emblematizzata dal fatto che due personaggi di grande spicco del Partito, di spicco per la loro storia e per la loro forza, Pierangeli e Fastiggi, erano allo stesso tempo, i due principali padroni della provincia e nello stesso tempo l’uno presidente della Provincia e l’altro Sindaco del Comune di Pesaro!». A questo proposito, egli ricorda che all’organizzazione sindacale di fatto «mancavano le articolazioni forti delle categorie, tranne la Federmezzadri e la Federbraccianti, che comunque erano più un mondo che una categoria». Alla fine degli anni Sessanta la provincia si era trasformata in un territorio con una rilevante presenza industriale, che sovente assumerà la forma del distretto industriale, e la correlativa formazione di una nuova classe operaia mobile e diffusa. Si potevano contare oltre ventimila nuovi operai su una popolazione della provincia di circa trecentomila abitanti. Nel solo settore del legno, come registrava Agostini in un suo intervento all’VIII congresso provinciale della Fillea (agosto 1973), si era passati da 1.600 addetti nel 1951 ad oltre 10.000 nei primi anni Settanta. Si poneva, dunque, una ‘nuova questione operaia e sindacale’ con problematiche legate a «fuori busta imperanti […]; orari di lavoro senza controllo; inquadramenti professionali concentrati sistematicamente agli ultimi livelli; massiccia evasione contributiva». Si trattava di operare «una vera e propria ‘bonifica’ sindacale che non poteva che andare allo scontro con la situazione sindacale e politica in atto». Si era attuata una trasformazione scarsamente guidata dai governi locali (prevalentemente di sinistra): le zone industriali e artigianali messe a disposizione dai tanti comuni e guidata ancor meno dallo stesso sindacato in cui l’avvento dell’‘autunno caldo’, nel 1969, provocò un’accelerazione anche al suo interno, dove, come ricorda Agostini, «la costruzione della Fiom fu un grande fatto innovativo […] per le forme di democrazia adottate, per la partecipazione che riuscì ad innescare, per la mobilitazione sociale che stimolò, per i contenuti di linea rivendicativa, per le forme di lotta, per l’affermazione di nuovi quadri e delegati». La Fiom, pertanto, in quel frangente si fece portavoce di una nuova classe operaia ‘contagiando’ anche altre presenze operaie. In tutti i settori. Di particolare rilievo, in questi termini, sono le dinamiche rivendicative e le forme di lotta all’interno delle nuove fabbriche per la produzione di macchine per il legno (Morbidelli, IDM, Viet, Valeri, ecc.): i delegati di queste ultime divennero una sorta di avanguardie esportando le lotte in altri ambiti, impegnandosi in assemblee nel mondo della scuola. Come ricorda Agostini: «tutti i sabati mattina eravamo impegnati con il Movimento studentesco in assemblee nelle scuole di Pesaro, persino nel santuario della borghesia pesarese, il liceo classico, a parlare di lavoro, di sfruttamento, di diritti, ‘rubando’ i suoi figli e cercando di portarli dalla nostra parte». La crescita di peso della Fiom si lega poi alla nascita anche nel pesarese della Federazione dei lavoratori metalmeccanici (Flm), un’esperienza sindacale unitaria che aveva il suo baricentro nell’affermazione e valorizzazione più ampia del sindacato dei Consigli (i quali avevano preso il posto delle vecchie commissioni) e che avrebbe dovuto trovare, secondo Agostini, nella programmazione del territorio (ad esempio attraverso Consigli di Zona e Comuni) la sua sponda sindacale e istituzionale. Tale esperienza, tuttavia, è ostacolata sia all’interno della Cgil sia del Pci e porta, dopo uno scontro feroce, sia dentro il PCI che dentro la Cgil, a quello che lo stesso Agostini chiamò il suo «esilio politico» alla Fiom di Treviso. Ciò coinvolse a cascata tutte le nuove realtà di delegati e quadri cresciuti nell’‘Autunno indimenticabile’. Infatti, all’interno della Cgil pesarese si era giunti ad una sorta di divisione netta, ad una frattura verticale, tra un’ala sindacale più a sinistra, movimentista e critica del Partito – come dice Agostini: «il Partito risentiva dall’essersi troppo adagiato nella resistenza e nella realtà contadina, antecedente alla grande trasformazione industriale della provincia come d’altra parte il grosso dei dirigenti della Camera del Lavoro, per la quasi simbiosi tra partito e sindacato» – e attenta a valorizzare il nuovo Sindacato dei Consigli, e una più moderata e tradizionale che diffidava del cambiamento indotto dal nuovo ruolo dei consigli di fabbrica, delle forme di mobilitazione sociale e dell’impatto che tale spinta sociale poteva creare negli equilibri politici consolidati nella provincia. Lo scontro interno ha un suo esito con lo spostamento di Agostini, su richiesta della Cgil nazionale e in accordo con la Fiom nazionale, alla segreteria della Fiom di Treviso. Ne segue che dalla fine del 1974 al 1976 Agostini è segretario della Fiom-Cgil di Treviso e per i successivi tre anni segretario della Fiom-Cgil del Veneto e del settore elettrodomestico, che ha nella vicenda Zanussi il suo epicentro. Poi per tre anni è segretario della Fiom nazionale, responsabile della siderurgia. Qui, «la ristrutturazione della grande macchina siderurgica, di cui Bagnoli ne diventa il simbolo, rappresenta la palestra formativa, dopo la Zanussi», del suo percorso di dirigente sindacale. Successivamente, per altri tre anni è segretario della Cgil Veneto fino al 1985 anno in cui accede alla segreteria nazionale in qualità di responsabile dell’Organizzazione della Cgil. Si tratta di un frangente in cui si giunge al collasso dell’URSS e allo scioglimento del PCI. Eventi che segnano profondamente Agostini insieme ad alcuni avvicendamenti in seno alla dirigenza sindacale. Infatti, come ha ricordato recentemente: «uno dei periodi più tristi della mia vita sono stati gli anni [1988] della destituzione di Pizzinato. Nelle guerre intestine ognuno dà il peggio di sé, come avevo sperimentato a Pesaro. Le conseguenze anche personali possono essere amare: la vicenda della destituzione di Pizzinato in combinata con lo scioglimento del Pci a cui sono stato fermamente contrario, mi sono costati due anni e più senza incarico nella CGIL nazionale». In precedenza, la parentesi veneta, soprattutto i primi anni, lo aveva visto a capo di una Fiom in contrasto con l’Autonomia operaia guidata da Antonio Negri in un contesto in cui, tuttavia, la questione strategica restava quella di «rompere con l’interclassismo dominante» tipico di un territorio egemonizzato dalla Dc e dalla cultura cattolico/clericale. L’obiettivo politico di fondo in quella fase, come ricorda Agostini, «stava nel costruire il passaggio da un sentimento anti-padronale molto diffuso ad una concezione più compiutamente anticapitalistica». Pertanto, si doveva «espandere la presenza della Cgil, dopo l’affievolirsi se non lo spegnersi degli effetti espansivi, prodotti dalle vicende esemplari delle grandi lotte che avevano segnato la fase immediatamente precedente la vita della Regione (Marghera, Zoppas, Marzotto ecc.)». Ciò porta Agostini a dedicare una particolare cura agli aspetti e agli strumenti culturali, formativi e organizzativi. Aspetti ritenuti sempre dirimenti per una strategia politica che voglia consolidare, conquistare ed espandere le basi sociali del proprio insediamento. Non a caso le parole che gli rivolse Luciano Lama furono: «in Veneto c’è bisogno di dirigenti come te, di dirigenti di frontiera». Dalla seconda metà degli anni Ottanta fino al 2000 Agostini è attivo, pur tra grandi contrasti, nella segreteria e nel vertice della Cgil nazionale (prima in qualità di responsabile dell’industria, poi della funzione pubblica e infine responsabile delle politiche di cittadinanza con particolare riguardo alle politiche del consumo). Dallo stesso anno è stato responsabile del Centro Studi di Politica Economica (Centro studi che faceva riferimento ai Democratici di Sinistra) e dal 2010 è vicepresidente nazionale di Federconsumatori. È inoltre autore di numerosi articoli e saggi In particolare si segnalano la sua rubrica "Note critiche di Luigi Agostini" in Ticonzero e i suoi interventi ne "Il diario del lavoro", quotidiano on-line del lavoro e delle relazioni industriali e su "Strisciarossa". Rilevanti sono anche due importanti lavori monografici: "Il pipistrello di La Fontaine. Crisi, Sinistra, Partito" e "Neosocialismo" pubblicati da Ediesse nel 2014.
Agostini sintetizza il suo modo d’intendere come fare, inscindibilmente, sindacato e politica rimanendo coerenti con i propri ideali giovanili con queste affermazioni: «mi sono sempre considerato un comunista sindacalista. Ho cambiato ruolo di tre anni in tre anni, evitando il più possibile, la peggior malattia che colpisce gli uomini e le organizzazioni: la burocratizzazione». «Ho avuto la fortuna di incontrare maestri di grande livello». «Ho dato il meglio di me ad una organizzazione di combattimento, la CGIL, casa e scudo per i più sfruttati. Ad altri il giudizio sul mio apporto. Da parte mia posso solo dire di essere sempre stato e sempre sarò fedele agli ideali della mia infanzia e giovinezza».
Muore a Roma all'età di 82 anni il 16 maggio 2022.

Aiudi, Piero
MdM_IT_P_00513 · Persona · 1948 nov. 9 -

Piero Aiudi nasce a Fossombrone il 9 novembre 1948 in una famiglia operaia e antifascista. Il padre prima socialista aveva poi aderito al Pci e la madre, casalinga, partecipava attivamente alla vita politica a Fossombrone, la passione per la politica nata in famiglia si rafforza con il trasferimento a Pesaro nella frazione molto politicizzata di Villa Fastiggi, dove comincia a frequentare la Sezione del Pci e la sua biblioteca. Aiudi si iscrive alla Federazione giovanile del Pci a quindici anni, quando già lavorava come falegname nel Mobilificio Fastigi. Il Partito lo spinge ad interessarsi al sindacato e diventa giovanissimo rappresentante sindacale. L’attivismo sindacale corrisponde alla sua formazione politica e culturale. Nel 1975 Enrico Biettini, all’epoca segretario aggiunto, della Camera confederale del lavoro di Pesaro, gli propone di occuparsi del patronato Inca, dopo tre anni diventa responsabile dell’Inca di Fano, ma subito dopo pochi mesi arriva la proposta di dirigere la Fillea di Fano, per passare poi alla Filtea. Gli anni passati alla Filtea corrispondono alle lunghe lotte legate alle vertenze per la CIA, la più grande fabbrica di abbigliamento delle Marche, e di altre aziende che con la crisi licenziarono centinaia di dipendenti. Successivamente entra nella Segreteria della Camera del lavoro di Fano dove rimarrà fino al 1991 quando, con la riunificazione dei comprensori di Pesaro e Fano, è chiamato da Lino Lucarini per entrare nella Segreteria provinciale, diventa poi Segretario provinciale della Fillea, ma anche questa esperienza durerà pochi mesi perché sarà chiamato a dirigere il Patronato Inca regionale. Rimarrà a dirigere l’Inca per dieci anni, fino al 2001 per poi andare in pensione nel 2002.

Amadori, Giuliano
MdM_IT_P_00612 · Persona · 1952 gen. 09-

Nato a Macerata Feltria segretario della Federazione nazionale lavoratori dell'energia dal 1988.

Angelini, Giuseppe
MdM_IT_P_00464 · Persona · 1920 gen.15 - 2007 gen. 8

Giuseppe Angelini nasce a Novafeltria il 15 gennaio 1920, frequenta il liceo classico “Giulio Cesare” a Cesena e, una volta terminati gli studi, viene ammesso nel 1938 alla Scuola Normale di Pisa alla Facoltà di Lettere e filosofia. Incrocia docenti di rigorosa ispirazione democratica e liberalsocialista, come Luigi Russo, Guido Calogero, Giorgio Pasquali. Tra i suoi compagni di studio si annoverano Scevola Mariotti, poi latinista e filologo classico, e Alessandro Natta, divenuto Segretario nazionale del Pci alla morte di Berlinguer
Sollecitato da Natta e, probabilmente, motivato dagli stimoli suscitati dai docenti incontrati nella sua esperienza universitaria, si indirizza verso il liberalsocialismo, movimento fondato da Guido Calogero e Aldo Capitini, che proprio dalla Normale era stato licenziato in seguito al suo rifiuto di prendere la tessera del partito fascista.
La guerra gli impedisce di terminare gli studi universitari. Richiamato alle armi nel 1942, frequenta a L’Aquila il corso allievo ufficiale, ma una volta che emerge il suo antifascismo, viene trasferito a Bari all’Ufficio imbarchi e sbarchi. Qui il suo percorso ideale conosce una nuova svolta. In seguito ad alcuni incontri a Bari aderisce a posizioni marxiste. Quando Togliatti annuncia la ‘svolta di Salerno’ nel marzo 1944, la sua adesione intima al Pci è compiuta.
Trovandosi al sud quando giunge l’8 settembre, decide di arruolarsi nel Corpo italiano di liberazione, dove ottiene il grado di sergente combattendo i tedeschi al fianco degli alleati. Nel dopoguerra torna a Novafeltria e si iscrive al Pci, venendo ammesso, già nel 1946, nel Comitato federale del partito. Il 15 aprile 1946 è eletto sindaco, incarico ricoperto fino al 25 maggio 1947. Nel settembre de 1946 sposa Anna Maria Cucci, da cui ha due figlie, Chiara e Angela. Nel frattempo riprende e completa gli studi laureandosi in Lettere e filosofia all’Università di Bologna nel 1949, con una tesi di laurea, su Piero Gobetti.
In seguito all’abbandono della segreteria della Camera del Lavoro pesarese da parte di Angelo Arcangeli, data la sua vasta preparazione culturale e le sue qualità politiche, viene nominato segretario generale. Fino ad allora, nel’ambito della Cgil, aveva diretto un ufficio studi, che aveva dato un buon supporto ai vari convegni. Mantiene questo ruolo dal 1951 al 1956, salvo pochi mesi nel 1953, quando è sostituito da Giuseppe Chiappini. Nonostante la scissione sindacale, si tratta di una camera vitale e forte. Durante la segreteria, Angelini procede a una progressiva riorganizzazione, sostituendo le camere mandamentali con camere comunali, per accrescerne la presenza nel territorio in una fase storica in cui vi sono molti fronti aperti: quello delle vertenze mezzadrili, la lotta alla disoccupazione, l’attuazione del Piano del lavoro. In particolare, nella veste di segretario si adopera contro la smobilitazione della miniera di zolfo di Cabernardi, occupata dai minatori per trentanove giorni nel 1952, e il progressivo ridimensionamento di quella di Perticara. Al convegno del 15 luglio 1952, organizzato dalla Camera di commercio di Pesaro sul potenziamento delle risorse solfifere, mosso dalle forti ricadute sull’occupazione conseguenti alla chiusura dei due bacini solfiferi, sollecita il ministro Campilli a promuovere nuove ricerche da parte delle società concessionarie e a trasformare l’Ente zolfi italiano da organismo finanziario in produttore. Si tratta in realtà di un progetto irrealizzabile: il destino delle due miniere in via di esaurimento è segnato. La proposta di Angelini si colloca tuttavia in una strategia più ampia, volta all’ammodernamento delle valli pesaresi, attraverso un piano di industrializzazione e uno irriguo che favorisse la modernizzazione dell’agricoltura, l’utilizzo delle acque per produrre energia elettrica, la difesa del suolo e dell’assetto idrogeologico dei bacini fluviali. Porta le sue idee al 2° Corso di studi comunisti a Roma, nel maggio del 1955. Il saggio finale, intitolato Le lotte per la rinascita della montagna e delle cinque valli della provincia di Pesaro, affronta le questioni a cui è più sensibile. Il giudizio del direttore Edoardo D’Onofrio è molto lusinghiero.
Contestualmente all’impegno nella Camera del lavoro, Angelini porta avanti quello nel consiglio provinciale, dove siede dal 1951 al 1969. Dal 1951 al 1956, in concomitanza con il suo mandato alla segreteria nella Camera del lavoro, ricopre il ruolo di assessore allo sviluppo economico nella giunta social-comunista guidata da Wolframo Pierangeli. Nello stesso periodo è segretario della Federazione del Pci di Pesaro.
Dal 1958 al 1968 è eletto per due legislature deputato alla Camera. La sua attività da parlamentare riflette il suo impegno precedente. Dal 1958 al 1965 è membro della IX Commissione permanente Lavori pubblici, nella quale ricopre l’incarico di segretario dal 12 luglio 1963 al 20 gennaio 1965. Dopo un anno trascorso nella VII Commissione permanente Difesa, dal gennaio 1965 al gennaio 1966, viene nominato alla XI Commissione permanente Agricoltura fino al giugno 1968. Inoltre tra il giugno del 1966 e il giugno del 1968 è membro della Commissione speciale per l’esame di progetti relativi alle zone depresse del centro nord. Partecipa complessivamente alla presentazione di 45 progetti di legge, di cui 4 vengono approvati. Di due, non ratificati, è primo firmatario: la proposta di estensione a tutti i comuni del Mezzogiorno e delle isole o di altri comuni che si trovano in condizioni similari delle disposizioni indicate all’articolo 13 della legge 589 del 1949, che prevedeva la garanzia statale sui mutui contratti per opere di interesse generale, soltanto per province e comuni del Mezzogiorno e di altre aree che si trovavano al di sotto di un certo numero di abitanti (1959); la richiesta di allargamento delle tutele previste per i lavoratori colpiti da malattie professionali dovuti all’esposizione di anidride solforosa o acido solforico (1963). Nei suoi 49 interventi in aula continua a manifestare particolare attenzione alle questioni più complesse del territorio di Pesaro Urbino e del Montefeltro: assetto idrogeologico, viabilità, trasporti, attività economiche, problemi del lavoro. Le sue interrogazioni denunciano le condizioni di vita e lavoro dei lavoratori della industria estrattiva, del mobile, del comparto agricolo e ortofrutticolo, chiedono misure economiche e previdenziali in loro favore, sostengono la difesa del posto dell’occupazione. Anche la sua sensibilità verso le difficili condizioni di vita nelle zone di montagna e in diversi entroterra è ben presente nella sua attività parlamentare. In particolare è tra i firmatari della proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione di un fondo nazionale per la montagna. Inoltre rappresenta il Pci nell’Unione nazionale dei comuni e degli enti montani.
L’impegno parlamentare si accompagna alla sua partecipazione alla vita politica pesarese, dove siede al Consiglio provinciale. Non abbandona nemmeno il suo legame con l’impegno sindacale. Lo troviamo ad esempio alla guida, assieme ai dirigenti della Camera del lavoro Elmo Del Bianco e Alfideo Mili, alla colonna motorizzata che da Perticara arriva a Pesaro l’11 luglio 1958 per protestare contro lo smantellamento della miniera. Avendo difeso il diritto dei manifestanti a entrare in città di fronte al blocco della polizia è denunciato, assieme ad altri per i reati di oltraggio a pubblico ufficiale, istigazione a disobbedire alle leggi e promozione di riunione in luogo pubblico senza preventivo avviso dall’autorità. Il 20-21 febbraio 1960 figura tra i relatori del VI congresso provinciale di Pesaro della Federmezzadri. Viene colpito da una nuova denuncia per oltraggio a pubblico ufficiale, a cui segue una richiesta di autorizzazione a procedere respinta dal Parlamento, in seguito alla sua partecipazione allo sciopero dei lavoratori del legno, indetto dal 21 al 23 dicembre 1960 in vari mobilifici pesaresi. Aveva infatti accusato il maresciallo dei carabinieri intervenuto di « commettere degli arbitri e di non conoscere la legge».
Tra il 1964 e il 1970, è nominato alla segretaria regionale del Pci marchigiano. In questa veste sostiene finanziariamente la nascita a Pesaro del Circolo culturale Antonio Gramsci, alveo della futura classe dirigente del Partito comunista pesarese. Pur entrando presto in conflitto con l’eterodossa larghezza di idee che anima il Circolo, non avrebbe mai interrotto il rapporto con questa nuova realtà. Tra il 1963 e il 1969, Angelini partecipa all’attività dell’ISSEM, l’Istituto per lo studio dello sviluppo economico delle Marche, nato ad Ancona, principale luogo del dibattito sulla programmazione economica, sociale e territoriale di cui si sarebbe dovuta incaricare il futuro ente regionale marchigiano. Il suo impegno a inquadrare la fase di transizione che attraversa le Marche si manifesta anche all’interno del partito: in qualità di segretario scrive una lettera ai compagni del comitato regionale per un piano di sviluppo economico e democratico della regione Marche. Interviene inoltre al XII Congresso del Pci, evidenziando il definitivo superamento della mezzadria nell’Italia centrale come ‘chiave di volta’ dell’economia agricola, individuando una nuova strategia nella creazione di un blocco sociale tra classe operaia, contadini e ceti medi.
Il suo rilievo nella politica marchigiana lo si evince anche dall’inserimento del suo nome, nel luglio del 1964, nella lista di 731 politici e sindacalisti ‘sovversivi’ da arrestare, secondo il progetto di colpo di Stato prospettato dal generale dell’arma dei carabinieri Giovanni De Lorenzo, noto come Piano Solo.
Dal 1967 al 1970 è nominato vicepresidente dell’Ente regionale di sviluppo. Intanto, terminata l’esperienza in Parlamento, riprende quella all’interno del Consiglio provinciale, dove siede fino alla metà degli anni Ottanta. Nel quinquennio tra 1970 e 1975 è nominato vicepresidente nella giunta social-comunista presieduta dal socialista Salvatore Vergari. In seguito diventa presidente provinciale e regionale dell’Alleanza nazionale dei contadini, fino al 1977, quando questa confluisce nella Costituente contadina. Nello stesso periodo ricopre il ruolo di membro del Comitato Centrale del Pci.
Continua la sua militanza comunista fino al Congresso di Rimini del 1991 che porta allo scioglimento del Pci nel Pds. Già da tempo aveva manifestato la propria disapprovazione rispetto al nuovo corso impresso dai dirigenti nazionali del partito. Nell’aprile 1986 aveva inviato una dura lettera al congresso regionale e, un mese dopo, aveva attaccato pubblicamente i dirigenti pesaresi sul Resto del Carlino. Era stato inoltre tra i promotori del Circolo culturale Antonio Pesenti attorno al quale si erano raccolte molte anime della sinistra dissenziente pesarese. Dopo 47 anni lascia così il Partito comunista, aderendo a Rifondazione comunista, ma senza più ricoprire incarichi istituzionali e nel partito. Muore l’8 gennaio 2007, all’età di 86 anni.

Angelotti, Jole
MdM_IT_P_00606 · Persona

Violinista, nelle memorie di Carlo Betti viene ricordata un'azione partigiana contro una pattuglia tedesca all'Apsella di Montelabbate, in cui Jole Angelotti ebbe un ruolo di primo piano. Nel dopo guerra collaborò con Alfredo Lancione alla Segreteria del Sindacato professori d'orchestra di Pesaro.

Ansuini, Massimo
MdM_IT_P_00643 · Persona · 1958 feb. 13 -

Nato a Tuscania.

Arcangeli, Angelo
MdM_IT_P_00490 · Persona · 1920 feb. 17 - 1973 set. 20

Angelo Arcangeli nasce a Schieti, frazione di Urbino, il 17 febbraio 1920. La famiglia è connotata da origini popolari: padre operaio e madre casalinga. Ha due sorelle. Frequenta la scuola pubblica fino a concludere gli studi liceali. Inizia ad occuparsi di politica nel 1935 e fa parte delle organizzazioni studentesche solo dal 1939, dopo un periodo trascorso in seminario. Si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Urbino e prende parte alla Seconda Guerra Mondiale nei servizi sedentari del distretto militare di Ferrara come soldato semplice. Con la caduta del fascismo, e conseguentemente ai fatti dell’8 settembre, ritorna a Urbino dove, dopo aver aderito al Fronte della Gioventù (ed esserne diventato il responsabile locale), si iscrive al Pci nel dicembre 1943. Qui organizza il Comitato di Liberazione Nazionale locale e partecipa alla Resistenza nella Brigata GAP di Schieti dove ricopre incarichi di comando in collegamento con il secondo e il terzo battaglione della V Brigata Garibaldi. Dopo la Liberazione, nell’anno accademico 1945-1946, si laurea in Giurisprudenza con una tesi di diritto costituzionale. È tra i pochi laureati iscritti al Pci pesarese in cui milita attivamente ricoprendo l’incarico di segretario di organizzazione dal 1946 al 1948. Giunge alla Cgil nei primi mesi del 1948 dove succede alla guida della Camera del Lavoro pesarese a Mariano Bertini. La congiuntura politico-sindacale in cui si trova ad operare il neosegretario si distingue per mutamenti significativi, con ripercussioni anche a livello locale, che si trasformeranno in autentiche fratture. Sul fronte politico nazionale si era giunti all’allontanamento del Pci dalle posizioni di governo e alla sconfitta socialcomunista nelle elezioni politiche dell’aprile 1948 a cui succede l’attentato all’allora segretario comunista Palmiro Togliatti che portò, anche nel pesarese, alla proclamazione di uno sciopero generale e ad un’imponente manifestazione a Pesaro con migliaia di persone in Piazza del Popolo il 15 luglio 1948. In quell’occasione Arcangeli fu uno degli oratori che intervennero dal palco. Sul fronte sindacale, a sua volta, la dirigenza di Arcangeli ereditava una posizione maggioritaria dei comunisti – sancita dal 65% dei consensi registrati in occasione del primo congresso provinciale nell’aprile del 1947 – all’interno di una Cgil ricostituita da poco più di quattro anni e ancora formalmente unita. In anni connotati da dure lotte, principalmente di carattere mezzadrile, nonché dalla proclamazione di “scioperi alla rovescia” anche nei principali centri urbani, la componente minoritaria cristiana collegata alla Democrazia cristiana pone in discussione la linea sindacale maggioritaria opponendosi in particolar modo agli scioperi politici (di cui quello proclamato in occasione dell’attentato a Togliatti rappresentò l’epilogo di un dissenso già esteso), fino a giungere ad una scissione e successivamente alla costituzione di un sindacato autonomo di matrice cristiana costituitosi formalmente nell’ottobre del 1948. Pur non incidendo in modo sensibile sul radicamento territoriale della Cgil, la scissione della componente cristiana rischia di comprometterne la capacità di proporsi come soggetto rappresentativo e unitario delle istanze lavoratrici. Da qui l’azione volta ad un ampliamento dell’attività organizzativa promossa da Arcangeli rieletto segretario generale in occasione del II congresso provinciale tenutosi il 2-3 settembre 1949. In una provincia ancora scarsamente industrializzata, il mantenimento di un forte insediamento da parte della Cgil nelle aree rurali, in particolare tra le componenti mezzadrili (che rappresentano oltre il 50% degli iscritti ancora a metà degli anni Cinquanta) a discapito dei piccoli coltivatori diretti e dei ceti medi urbani, segna l’agenda sindacale, ma, pur non senza contraddizioni e tentennamenti, è proprio in questi anni che si manifesta una sensibilità non meramente rivendicativa nell’approccio sindacale e più propositiva ed ispirata da indirizzi di politica generale. Infatti, è proprio sotto la guida di Arcangeli che trova una declinazione in ambito locale quel Piano del lavoro promosso dalla Cgil nazionale guidata da Giuseppe Di Vittorio tra il 1949 e 1950 intenta a disegnare il «sindacato come solidarietà organizzata». Nell’ambito pesarese il Piano, redatto in gran parte nel 1949 e presentato pubblicamente nel giugno 1950, denominato Per la rinascita economica della Provincia di Pesaro-Urbino, contiene una prefazione dello stesso Arcangeli che pone in evidenza la necessità di risolvere il grave problema della disoccupazione (già allora congiunto con la riapertura intensiva dei flussi migratori attestata dall’incremento dei passaporti rilasciati) attraverso un vasto ed ambizioso programma di opere pubbliche capace di alimentare i consumi popolari con positive ricadute economiche generali. Un piano di fatto d’ispirazione keynesiana che si proponeva anche di utilizzare alternativamente i fondi ERP (European Recovery Program) legati al Piano Marshall. Non a caso, è lo stesso Arcangeli a riprendere nella prefazione un discorso di James Zallerbach, l’allora responsabile della missione ERP in Italia, che sottolinea la necessità di una rivitalizzazione del mercato interno, dunque di stimolo della domanda e non solo dell’offerta per ovviare alla contrazione delle esportazioni verso gli Usa. Allo stesso tempo, l’esponente statunitense, seppure da una prospettiva tutta interna al processo di accumulazione capitalistico, rimarcava l’esigenza di abbandonare le attività di trasformazione delle materie prime (tra l’altro l’Italia all’epoca era ancora un importatore netto di prodotti agricoli) e d’incentivare lo sviluppo delle industrie meccaniche data l’elevata capacità di assorbire manodopera che potenzialmente vi era connessa. Vi era, dunque, un altro mercato da incentivare, quello costituito dalle famiglie di milioni di disoccupati o parzialmente occupati che se fossero «impiegati a salari normali, il valore del mercato nazionale aumenterebbe di circa il 10% e cioè di 600 miliardi all’anno». Il finanziamento del Piano, secondo un’ottica spiccatamente produttivistica era dunque implicito nella sua capacità di creare ricchezza e lavoro ed avrebbe dovuto incidere «nella vaste zone agricole di arretratezza semifeduale» e nella disarticolazione dei «grandi monopoli capitalistici». Nell’ambito pesarese il Piano si concentrava su almeno quattro grandi dimensioni: a) costituzione di nuovi impianti e sfruttamento dell’energia elettrica (intervenendo soprattutto sui corsi d’acqua); b) agricoltura (con particolare attenzione allo sviluppo della motoaratura, alla valorizzazione delle colture pregiate, alla ricostituzione e consolidamento del patrimonio zootecnico, alla cura del sistema boschivo e al rimboschimento, alle opere di arginatura e difesa fluviale, alle migliorie fondiarie, alla formazione di agronomi condotti e tecnici agricoli); c) edilizia popolare (con l’incremento del fabbisogno abitativo e la ricostruzione e riadattamento dell’edilizia rurale; d) lavori pubblici (strade, scuole, ospedali, ferrovie, acquedotti, industrie estrattive). In definitiva, «la massiccia attivazione di valori attualmente inutilizzati (uomini, mezzi di produzione, materie prime, merci)» avrebbe aumentato la produzione e l’autofinanziamento del Piano. Arcangeli poteva concludere la sua prefazione affermando orgogliosamente che forse per la prima volta i lavoratori prospettavano una risposta generale ai problemi del paese la quale era in grado di sostanziare i principi iscritti nella Costituzione repubblicana. Nel 1951, tuttavia, Arcangeli lascia il sindacato per dedicarsi all’attività di avvocato senza peraltro abbandonare la militanza nel Pci (all’interno del quale già nello stesso anno è segretario per ciò che concerne l’organizzazione e i quadri della federazione provinciale) di cui è prima consigliere e assessore provinciale (dal 1951 al 1960), e successivamente consigliere comunale a Pesaro dal 1960 al 1970. Muore nel capoluogo di provincia il 20 settembre 1973.

Arceci, Quinto
MdM_IT_P_00042 · Persona
Baffioni, Elio
MdM_IT_P_00649 · Persona · 1950 lug. 16 -

Nato a Urbania (PU) ha frequentato il primo anno dell'Istituto tecnico di Urbino per poi andare a lavorare a 16 anni nel settore edile, dal 1973 al 1977 ha lavorato alla Benelli Armi di Urbino per poi passare alla Cgil, in applicazione della Legge 300 Statuto dei lavoratori, in aspettativa. E' stato fino al 1980 dirigente della Fillea per il Montefeltro e l'alta valle del Metauro, dal 1980 al 1984 Segretario provinciale della Federbraccianti, dal 1984 al 1992 Segretario della Camera del lavoro di Urbino e dal 1992 Segretario provinciale Fillea e dal 1996 coordinatore regionale della Fillea delle Marche.

Baioni, Aurelio
MdM_IT_P_00033 · Persona · sec. XX - ?

Segretario della Sezione di Villa Fastiggi del Partito comunista italiano (PCI) nel 1952.

Bancolini, Giambattista Gaetano
MdM_IT_P_00521 · Persona · 1940 ott. 29-

Nato a Milano, socialista, Segretario generale aggiunto della Camera del lavoro territoriale di Pesaro dal 1985 al 1988.

Bazoli, Luigi
Persona · 23 gennaio 1866 – 24 maggio 1937

Luigi Bazoli nacque a Desenzano del Garda il 23 gennaio 1866. Completò gli studi liceali nel 1883 e si laureò in Giurisprudenza presso l’Università di Padova nel 1887. Esercitò la professione di avvocato, inizialmente nello studio dell’avvocato Giuseppe Tovini.

Negli anni Novanta dell’Ottocento fu tra i promotori di una coalizione cattolico-moderata che nel 1895 ottenne la vittoria alle elezioni amministrative comunali di Brescia. Fu uno dei più significativi artefici della vittoria amministrativa del movimento cattolico contro i liberali zanardelliani. In seguito a tale risultato fu eletto membro della deputazione provinciale di Brescia (1895–1902) e consigliere comunale (1895–1923). Dal 1915 al 1920 ricoprì l’incarico di assessore all’istruzione nella giunta municipale.

Nel 1919 fu eletto deputato alla Camera del Regno d’Italia nella XXV legislatura per il Partito Popolare Italiano, di cui fu tra i fondatori della sezione bresciana. Deputato al Parlamento nazionale, fu pure uno dei fondatori del Partito Popolare a Brescia.

Partecipò alla costituzione di diverse iniziative in ambito culturale ed educativo. Fu tra i promotori dell’editrice "La Scuola", dell’Associazione Maestri Cattolici "Tommaseo" e della rivista "Scuola Italiana Moderna".

Si ritirò progressivamente dalla vita pubblica dopo l’avvento del regime fascista. Morì a Desenzano del Garda il 24 maggio 1937.

Bei, Adele
MdM_IT_P_00015 · Persona · 1904 mag. 4 – 1976 ott. 15

Adele Bei nasce a Cantiano in provincia di Pesaro e Urbino il 4 maggio del 1904 da Angela Broccoli e Davide Bei. La sua famiglia, molto povera e numerosa, Adele era infatti la terza di unici figli, era già politicizzata, il padre socialista lavorava come boscaiolo e anche Adele inizia a lavorare, poco più che bambina, nei campi come salariata agricola. Matura in quell’ambiente un sentimento di ribellione verso le ingiustizie sociali, seguito da una profonda avversione contro il fascismo. La sua formazione politica continua con la conoscenza di Domenico Ciufoli, che nel 1921 era uscito dal partito socialista e aveva contribuito con Amedeo Bordiga, Antonio Gramsci, Pietro Secchia e Umberto Terracini alla fondazione del Partito Comunista d’Italia. Adele e Ciufoli si sposano il 29 ottobre 1922, Alla fine del 1923, per sfuggire all’arresto da parte dei fascisti, si rifugiano in Belgio dove nel 1924 nasce la prima figlia Angela, poi in Lussemburgo, dove nel 1926 nasce il figlio Ferrero, e poi in Francia prima a Marsiglia e poi a Parigi. Domenico Ciufoli in Francia lavora in fabbrica e in miniera, ma si impegna nel Partito comunista, che anche all’estero operava in clandestinità. Adele si occupa dei figli, ma lavora anche come sarta e operaia in una fabbrica di conserve. Anche lei si impegna nella lotta antifascista e nel 1931 aderisce al Partito comunista. Compie azioni di propaganda e di collegamento del Centro estero del partito con l’Italia. Nel 1933 viene inviata a Roma dove si era recata per diffondere materiale antifascista e il 18 novembre viene arrestata e rinchiusa per cinque mesi nel carcere delle Mantellate. Deferita al Tribunale speciale per la difesa dello Stato, nel luglio 1934, viene condannata a diciotto anni di reclusione e rinchiusa nel carcere femminile di Perugia.
Dopo la sua condanna i figli vengono accolti in Russia, presso la Casa internazionale dei bambini di Ivanovo, un istituto per i figli delle vittime del fascismo, dove rimangono fino alla fine della seconda guerra mondiale. Ciufoli, sempre più impegnato nel partito, si divide tra gli incarichi a Parigi e quelli presso l’Internazionale comunista a Mosca, viene arrestato nel 1939 e trasferito nel campo di Buchenwald, dove rimane fino alla Liberazione.
Adele dopo 8 anni di reclusione viene inviata al confino nell'isola di Ventotene. Nei due anni trascorsi a Ventotene prende contatti con esponenti di rilievo del Partito comunista e rafforza i legami con quelli conosciuti negli anni dell’esilio. In particolare si crea un'intesa umana e politica con Giuseppe Di Vittorio, favorita dalla comune origine contadina, che si rafforza poi negli anni dell’impegno sindacale. Dopo la caduta del fascismo, il 18 agosto, ritorna a Roma dove prende contatto con le bande partigiane operanti nel Lazio e collabora attivamente alla Resistenza con il compito specifico di organizzare i gruppi di azione femminile. Per la sua attività nella Resistenza con il Decreto presidenziale del 17 gennaio 1957 le viene assegnata la Croce di guerra al valore militare.
Dopo la liberazione di Roma, il 4 giugno 1944, inizia il suo lavoro tra le donne e l’impegno sindacale. Assume l’incarico di responsabile della commissione consultiva femminile della CGIL e, nel settembre 1944, collabora alla fondazione dell’Unione donne italiane (UDI). Al primo congresso dell’UDI, tenutosi a Firenze nell’ottobre 1945, Adele Bei viene eletta nel consiglio nazionale.
Nel luglio del 1945 si reca in Unione Sovietica con una delegazione sindacale e ha così la possibilità di riabbracciare i figli e di riportarli in Italia. La sua vita però è travolta dalla morte del figlio Ferrero, seguita poi dalla separazione dal marito.
Nel 1945 viene designata dalla Cgil unitaria nella Consulta nazionale, un organismo non elettivo che inaugura i suoi lavori il 25 settembre 1945 per dare pareri sui provvedimenti legislativi del governo e costruire il percorso giuridico per condurre il Paese all'elezione delle amministrazioni locali e di un’Assemblea costituente. Il 2 giugno 1946 insieme al referendum istituzionale per la scelta fra monarchia e repubblica gli italiani votano per l’elezione dei deputati dell’Assemblea costituente a cui sarebbe stato affidato il compito di redigere la nuova carta costituzionale. Adele viene eletta ed è una delle 21 donne all’Assemblea Costituente che hanno contribuito a scrivere i principi fondamentali nella nuova Carta costituzionale su cui si fonda la Repubblica italiana.
Continua attivamente il suo impegno per l'organizzazione delle donne nel Partito comunista per spingerle ad avere un ruolo attivo in politica anche contro le resistenze degli stessi dirigenti del partito. Nei primi mesi del 1946, con il ritorno a casa di circa un milione di ex combattenti, si comincia a ventilare la possibilità di licenziare le donne che, durante la guerra, avevano sostituito i richiamati nelle industrie e negli uffici pubblici. In molte città cortei di reduci chiedono l’allontanamento delle donne dai posti di lavoro, ma queste rivendicano il loro posto nella società su un piano di parità con gli uomini, anche perché erano state anch’esse protagoniste della lotta partigiana. Adele Bei, al loro fianco, intrecciando l’impegno istituzionale con quello di responsabile femminile della CGIL, chiede che fosse rispettato il diritto al lavoro per le donne, progettando politiche di sviluppo economico tali da garantire occupazione a tutti i cittadini.
Ciò che contraddistingue Adele Bei nella sua azione politica è la sua autonomia di giudizio, che è stata una costante delle sue scelte, e che non le ha impedito di contrapporsi anche all’operato della Cgil diretta da Di Vittorio. In occasione infatti del primo congresso della CGIL, che si è tenuto a Firenze nel giugno 1947, nella veste di responsabile femminile del sindacato, presenta la Carta della lavoratrice, in cui chiedeva che la donna godesse degli stessi diritti degli uomini relativamente al lavoro, al contratto, alla retribuzione e all’assistenza. Nel suo intervento stigmatizza quindi l’operato della Cgil, che aveva firmato un accordo con gli industriali che prevedeva per le lavoratrici una retribuzione inferiore del 30% rispetto a quella dei lavoratori.
In questo periodo è inoltre attivamente impegnata dal Partito comunista nel lavoro di organizzazione delle donne. A questo scopo viene inviata per qualche tempo in Calabria, ma al centro delle sue iniziative ci sono le contadine, le operaie e le casalinghe della sua regione. In diverse occasioni rivolge a queste donne le sue appassionate parole per indurle a impegnarsi in politica, a uscire da una dimensione esclusivamente privata per far valere la presenza femminile nella società e contribuire in tal modo alla rinascita dell’Italia.

Adele Bei, dal settembre 1946 all'ottobre del 1947 è segretaria della Terza commissione per l'esame dei disegni di legge dell'Assemblea costituente. Nel febbraio del 1947 non esita a intervenire con forza per esprimere la sua contrarietà sulla soppressione del ministero dell’Assistenza postbellica, con il conseguente taglio di fondi alle opere assistenziali a favore delle famiglie più bisognose, nonostante il parere favorevole del suo partito. Adele Bei è eletta al Senato nella I legislatura, dal 1948 al 1953 e sarà poi eletta alla Camera dei Deputati nella lista del PCI per il XVIII collegio delle Marche (relativo alle province di Ancona, Pesaro, Macerata e Ascoli Piceno) dal 1953 al 1958.
Nel febbraio del 1948, lasciato l’incarico nella commissione femminile della CGIL, Bei diventa presidente dell’Associazione donne della campagna, con grande impegno si dedica a questo nuovo incarico, organizzando convegni, incontri e comizi in tutta Italia, con l’obiettivo di fare uscire dall’isolamento le donne della campagna e di renderle consapevoli dei loro diritti.
Nel 1951 fino al 1960 Adele Bei assume nella Cgil l’incarico di Segretaria nazionale delle lavoratrici del tabacco. Anni cruciali di scioperi per l’applicazione del loro primo contratto collettivo di lavoro, stipulato nel 1947, con il quale avevano ottenuto aumenti salariali non ancora praticati dai datori di lavoro.
Il Sindacato nazionale delle tabacchine si era costituito nel dopoguerra quando la protesta delle lavoratrici del tabacco, in precedenza spontanea e dispersa tra le molte concessioni, aveva cominciato a essere guidata dalle leghe e dalla Confederterra e si era trasformata in un movimento più politicamente orientato. Volevano inoltre che lo stesso sindacato non le considerasse lavoratrici agricole organizzate nella Confederterra, ma le riconoscesse come una categoria autonoma, aderente in quanto tale alla CGIL.
Le dure condizioni di lavoro avevano favorito la combattività delle lavoratrici e le aveva spinte a richiedere con forza aumenti salariali, denunciando il sistema del cottimo, la diminuzione dei ritmi di lavoro e l’inquadramento tra i lavoratori dell’industria per beneficiare di una maggiore tutela previdenziale e assistenziale. Adele Bei si pone alla testa del movimento che, nel 1952, si riunisce a congresso per fondare il Sindacato nazionale tabacchine. Adele Bei dedica al Sindacato tabacchine tutti i suoi sforzi, rilasciando interviste, scrivendo articoli, presentando interrogazioni parlamentari, fa conoscere le loro condizioni di lavoro, in breve tempo diventa il punto di riferimento delle tabacchine, l’ambasciatrice dei loro problemi, esaltandone la combattività e la fierezza, quasi in una sorta di identificazione con loro e con la loro vita. In ogni occasione e con ogni mezzo fa conoscere le loro condizioni di lavoro, fonda il giornale La Tabacchina, bollettino mensile del sindacato e mezzo di informazione e di coesione delle lavoratrici.
Nel 1957 le tabacchine riescono a ottenere miglioramenti salariali e il trattamento previdenziale e assistenziale assimilabile a quello dei lavoratori dell’industria. Con l’inquadramento del Sindacato tabacchine nella Fila (Federazione italiana lavoratori alimentaristi) nel 1960 si conclude però la storia del sindacato delle tabacchine e anche la storia di Adele Bei sindacalista.

Il suo forte legame personale con le lavoratrici, di cui era diventata il simbolo, e il suo impegno nel tutelare l’autonomia del loro sindacato erano stati sicuramente guardati con sospetto all’interno di una CGIL che all’epoca non ammetteva atti d’indisciplina.
Bei, invece, aveva dimostrato in diverse occasioni di non accettare un ruolo da soldato disciplinato e acquiescente. Paga quindi con l’emarginazione proprio quella determinazione e volontà appassionata che, in tutta la sua vita, l’avevano spinta a lottare contro le ingiustizie sociali, per affermare i diritti dei lavoratori e delle donne, seguendo una propria autonomia di giudizio.
Nel corso degli anni Cinquanta, Adele Bei aveva continuato a intrecciare il suo impegno di sindacalista con quello di parlamentare. Eletta per due volte alla Camera dei deputati per il collegio di Ancona, nel 1953 e nel 1958, continua a rivolgere il suo sguardo ai diritti delle lavoratrici, presentando proposte di legge sulla parità retributiva tra uomini e donne, sulla tutela per le lavoratrici madri e per introdurre il divieto di licenziamento delle donne a causa di matrimonio. In questi anni, porta in Parlamento la voce delle lavoratrici più sfruttate e, in particolare, delle ‘sue’ tabacchine, con interventi diretti anche a stigmatizzare l’operato dell’Ispettorato del lavoro, che giudicava carente nell’effettuare controlli o nel comminare sanzioni alle aziende, anche a fronte di inadeguate misure di sicurezza, spesso causa di incidenti con ferimenti e ricoveri ospedalieri.
È sempre stata molto attenta anche ai problemi della sua regione. Nel 1959 presenta una proposta di legge per il ripristino della Facoltà di veterinaria nell’Università di Camerino, che era stata soppressa nella fase di trasformazione di quella libera Università in statale. Nel 1960 presenta un’interrogazione parlamentare per conoscere le ragioni della mancata attribuzione della medaglia al valore alla città di Tolentino, che pure si era distinta nella lotta di liberazione dal nazifascismo.
Con la conclusione del terzo mandato parlamentare, Bei non ha più incarichi politici né sindacali. Non si rifugia però nella vita privata. Nel 1968 viene eletta nel Comitato esecutivo dell’Associazione perseguitati politici italiani antifascisti (Anppia). Continua anche a impegnarsi nel suo partito come una semplice militante, come era stata in anni lontani, rivolgendo sempre la sua attenzione alla condizione delle donne. Ancora componente del Consiglio nazionale dell’UDI, si rende disponibile per iniziative rivolte alle donne della sua regione, con le quali si incontrava e discuteva per capirne i problemi e per sollecitarle a far sentire la loro voce, convinta fino alla fine che una forte presenza della donna nella società e nelle istituzioni è condizione perché un Paese possa dirsi davvero democratico.
Muore a Roma il 15 ottobre 1976 ed è sepolta al Cimitero del Verano di Roma.