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Molmenti, Pompeo Gherardo
Person · 1 settembre 1852 – 24 gennaio 1928

Pompeo Gherardo Molmenti nacque a Venezia nel 1852. Laureato in giurisprudenza presso l’Università di Padova, si dedicò agli studi storici, artistici e letterari, divenendo uno dei maggiori studiosi della storia veneziana. La sua opera più celebre è "La storia di Venezia nella vita privata", pubblicata in tre volumi a partire dal 1880. Fu autore anche di saggi su Goldoni, Tiepolo, Fogazzaro e su temi letterari e di storia dell’arte.

La sua carriera politica fu rilevante: consigliere comunale e assessore di Venezia, deputato del Regno d’Italia dal 1890 al 1909, poi senatore dal 1909. Nel 1919, durante il primo governo Nitti, ricoprì l’incarico di Sottosegretario di Stato per le Antichità e le Belle Arti.
Sposò Amalia Brunati, erede di una facoltosa famiglia di Salò, e visse a lungo nella villa di Moniga del Garda (BS), dove si dedicò alla viticoltura.
Morì a Roma nel 1928, fu sepolto nel cimitero di San Michele a Venezia, lasciando villa e possedimenti all’Ospedale di Salò.

Mollaroli, Adriana
MdM_IT_P_00496 · Person · 1954 nov. 30 -

Adriana Mollaroli è nata a Serra S.Abbondio (PU) il 30 novembre 1954, dopo aver frequentato il Liceo Scientifico a Pergola si è laureata, con il massimo dei voti, in lettere moderne all'Università La Sapienza di Roma con il prof. Carlo Muscetta con una tesi sulla memorialistica comunista. Impegnata nel movimento studentesco, si è iscritta al PCI nel 1975, nella cosiddetta "leva berlingueriana". Rientrata nella provincia di Pesaro, ha fatto parte del gruppo dirigente della federazione del PCI.
A metà degli anni '80 ha iniziato un'esperienza di lavoro politico nella CGIL occupandosi del settore commercio (FILCAMS) e del coordinamento delle donne. Nel 1986 lascia la Cgil per lavorare nella scuola. Dal 1994 al 2010 è eletta nelle istituzioni, prima in Consiglio Comunale a Fano e nella giunta comunale a dirigere le politiche educative; successivamente, per due legislature in Consiglio Regionale.
Dal 2010 è insegnante all'I.T.A. " A. Cecchi" di Pesaro.

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Il Ministero dell'assistenza postbellica viene istituito con Decreto Luogotenenziale n. 380 del 21 giugno 1945. Riuniva le competenze dei tre Alti Commissariati per i prigionieri di guerra, per l'assistenza morale e materiale ai profughi di guerra e per i reduci e del Ministero dell'Italia occupata. Con la soppressione, nel feb. 1947 (Decreto Legislativo del Capo provvisorio dello Stato, n. 27 del 14 febbraio 1947) le sue competenze vengono spacchettate tra il Ministero dell'Interno, Ministero della difesa e Presidenza del Consiglio dei ministri.
Gli Uffici provinciali, invece, vengono soppressi nel 1954 e confluendo nella Divisione assistenza delle Prefetture.
La sua attività consisteva nel coordinamento della ricerca dei dispersi, del rimpatrio dall'estero dei profughi, degli internati e dei prigionieri italiani, nella gestione dei 109 Centri di raccolta profughi. Forniva assistenza con la costruzione di alloggi destinati ai reduci e agli assistiti, l'erogazione di generi di prima necessità, l'assistenza sociale e sanitaria, occupandosi anche del reinserimento lavorativo dei reduci di guerra.
Presso tale dicastero era inserita la Commissione per il riconoscimento della qualifica di Partigiano per il riconoscimento degli status di partigiano combattente, patriota, caduto per la lotta di liberazione, mutilato o invalido per la lotta di liberazione.
Dieci Commissioni regionali (Piemonte, Lombardia, Veneto-Trentino-Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Campania) vengono istituite con il Decreto Luogotenenziale n. 518 del 21 ago. 1945, insieme alla Commissione di 2° grado d’appello, competente anche per tutte le richieste di riconoscimento dei partigiani civili e militari combattenti all’estero.
Per ottenere l’attestato di “Partigiano Combattente” bisognava dimostrare di aver combattuto non meno di tre mesi, in almeno tre azioni ad alto rischio; per lo status di “Patriota”, la legge richiedeva di aver contribuito attivamente alla lotta, pur per un periodo minore di quello previsto per i combattenti. La domanda doveva essere obbligatoriamente sottoscritta dai Comandanti delle formazioni partigiane di appartenenza per certificare l’attività svolta dai richiedenti. L’iter prevedeva poi un’istruttoria anche con escussione di testimonianze.

Millo, Achille
MdM_IT_P_00092 · Person · 1922 ott. 25 - 2006 ott. 18
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L'istituzione della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (MVSN) è stabilita il 13 gennaio 1923 durante la prima riunione del Gran consiglio del fascismo allo scopo di trasformare le squadre d'azione in un vero e proprio corpo, la cui istituzione è prevista dal re Vittorio Emanuele III con la firma, avvenuta il giorno seguente, del decreto n. 31.
La Milizia, agli ordini del capo del governo, contribuisce a mantenere l'ordine pubblico e a preparare i cittadini alla difesa degli interessi dell'Italia nel mondo. Il reclutamento, volontario, riguarda gli appartenenti alla milizia fascista di età compresa tra i 17 e i 50 anni. È articolata in legioni, coorti, centurie, manipoli, squadre. Tre squadre formano un manipolo, tre manipoli una centuria, tre centurie una coorte, tre coorti una legione. Ogni zona in cui era diviso il territorio nazionale comprendeva un numero variabile di legioni. Gli ispettori di zona fanno capo a un Comando generale della Milizia.
Con il regio decreto n. 1292 del 4 agosto 1924 la Milizia entra a far parte delle forze armate e i suoi componenti giurano fedeltà al re, mantenendo, comunque, la propria gerarchia, nella quale ogni grado corrisponde ad uno delle altre forze armate dello Stato.
Nel tempo, al fianco della milizia ordinaria si sono costituite milizie 'speciali’'quali ad esempio quella portuale, ferroviaria o postelegrafonica.
La Milizia volontaria per la sicurezza nazionale è definitivamente sciolta con il regio decreto legge n. 16-B del 6 dicembre 1943.

Mengucci, Lino
MdM_IT_P_00600 · Person · 1937 feb. 23 -

Nasce a Pesaro il 23 febbraio 1937 in una famiglia operaia. Frequenta le scuole elementari a Villa Fastiggi, poi la scuola media inferiore serale a Pesaro. Dall’età di 11 a quella di 14 anni è fabbro meccanico. Si occupa di lavori vari: dalle ringhiere, alle reti da letto alla chiusura dei cofani.
Verso i 16 anni lascia questo lavoro per diventare falegname e dopo un paio di anni entra nel mobilificio Fastigi. Lo ricorda come una delle poche fabbriche del pesarese interamente sindacalizzata. Qui comincia la sua attività politica: si iscrive nella segreteria provinciale dei giovani comunisti e, compiuti 18 anni, è scelto dalla Cgil in quella fabbrica come attivista di reparto. Si chiude un cerchio famigliare: anche il padre, partigiano, era stato iscritto alla Cgil. Lino Mengucci ricorda in un’intervista di avere avuto allora la proposta di guidare la federazione giovanile comunista, ma di non aver potuto accettare per motivi economici, data la mancata sicurezza di uno stipendio. Data la buona conduzione di alcuni scioperi che ottengono alcuni risultati gli viene tuttavia prospettato un impegno a tempo pieno nel sindacato. Comincia a lavorarvi il 1 maggio 1961, a ventitré anni.
Nel 1963 risulta nel Comitato direttivo della Fillea, guidata da Pino Monaldi. Al suo interno Mengucci è segretario del legno. Gli iscritti in quel momento sono pochi, appena 130. Ma si trattava un settore in espansione: al momento della sua uscita avrebbe contato circa 3000 iscritti. Dopo cinque anni, viene chiamato nel direttivo nazionale. In seguito gli verrebbe proposta anche la segreteria nazionale del sindacato Legno. Alla fine degli anni Sessanta, viene scelto come rappresentante della Cgil nazionale, in occasione della festa del primo maggio a Berlino. Vi si deve recare da solo: il delegato della Toscana designato assieme a lui non lo aveva potuto accompagnare per un ricovero improvviso della moglie. «Mi prese un accidente ma accettai. Mi venne data una busta lettere con il biglietto d’aereo per arrivare a Berlino. Non sapevo niente di quello che avrei dovuto fare e dove sarei dovuto andare. Mi diressi verso l’aeroporto e mi venne incontro Vigiani, un compagno, che non appena mi vide mi presentò a due grandi politici che erano lì con noi, e cioè Bufalini, che fu un senatore autorevole del Pci, e Segre che fu il responsabile per la politica estera nel Pci» racconta in un’intervista rilasciata nel 2005.
Nel 1972 è nominato nel direttivo della federazione unitaria Cgil, Cisl e Uil. Al Congresso del 1973 è eletto nel Comitato direttivo provinciale della Camera del lavoro come segretario provinciale del sindacato per il legno e nel Comitato direttivo provinciale Inca. Insieme a Lorenzo Cicerchia è inoltre segretario della Federazione lavoratori costruzioni, l’organismo unitario che teneva insieme i sindacati di settore delle tre confederazioni. In questi anni guida l’occupazione della Cassese di Mondolfo, fabbrica di cornici di quattrocento operai che esportava in tutta Europa, contribuendo al suo salvataggio. Conduce inoltre una lunga, difficile battaglia contro la Confindustria, perché fosse riconosciuta la nocività di alcune macchine, che nei mobilifici producevano onde elettromagnetiche, causando impotenza nei dipendenti. Il suo impegno sarebbe stato immortalato, nel mezzo di un’assemblea, nel documentario La salute non si vende, girato in parte a Pesaro e uscito nel 1977.
Dopo essere stato a lungo segretario nel settore Legno e all’interno della Fillea, diventa direttore del patronato Inca. Dal 1975 al 1977 è nominato tra i membri della Segreteria camerale. Le ultime esperienze in Cgil avvengono ai trasporti, infine alla Filcams. Lascia il sindacato negli anni Ottanta per passare alla Lega cooperative provinciale, ma vi torna, da pensionato, nel 1987. È infatti per quattordici anni segretario responsabile del Sunia e infine collabora allo Spi.