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Notice d'autorité
MdM_IT_E_00126 · Collectivité · 1959 apr. 11 - 1972 lug. 10

Il Partito democratico italiano di unità monarchica (PDIUM) si costituisce l'11 aprile 1959 in seguito alla riunificazione dei due partiti d'ispirazione monarchica allora presenti in Parlamento, che si erano divisi circa cinque anni prima: il Partito nazionale monarchico (PNM) di Alfredo Covelli e il Partito monarchico popolare (PMP) di Achille Lauro. Il nuovo partito prende inizialmente la denominazione di Partito democratico Italiano (PDI), per poi modificarla il 7 marzo 1961 in quella, appunto, di Partito democratico italiano di unità monarchica (PDIUM). Il 10 luglio 1972, il Consiglio nazionale del PDIUM delibera lo scioglimento del partito e la confluenza nel Movimento sociale italiano - Destra nazionale, mentre una piccola parte del partito, più legata all'ispirazione liberale e risorgimentale, rifiuta di entrare del MSI-DN e dà vita ad Alleanza monarchica. Il congresso del MSI-DN, nel gennaio 1973, introduce ufficialmente il nuovo nome nello statuto del partito, elegge segretario Giorgio Almirante, presidente Alfredo Covelli e presidente del Consiglio nazionale Achille Lauro dell'ex del PDIUM.

Unione monarchica italiana - UMI
MdM_IT_E_00129 · Collectivité · 1945 ott. 1 -

L'Unione monarchica italiana si costituisce il 1 ottobre 1945 a Firenze, dove si è tenuto il primo congresso. La nuova associazione assume la denominazione provvisoria di "Unione Monarchica Italiana", e, il 20 ottobre, riceve l'autorizzazione da un'omonima organizzazione romana a utilizzare questa sigla in cambio della promessa di gestire il movimento giovanile della neonata associazione monarchica, il Fronte monarchico giovanile. La sua finalità era l'instaurazione, con metodo democratico, della monarchia costituzionale in Italia in caso di sconfitta nel referendum istituzionale.
Con la vittoria della repubblica sulla monarchia al referendum del 2 giugno 1946, l'Unione monarchica italiana diventa inizialmente un movimento elitario, composto principalmente da personalità di spicco dell'ex Regno d'Italia, nel 1961, con l'elezione di Sergio Boschiero a segretario nazionale del Fronte monarchico giovanile, l'associazione assume una connotazione nazional-popolare. Con la morte del re Umberto II, nel 1983, e l'allontanamento di Boschiero dalla dirigenza inizia la fine dell'attività politica del movimento, restando quella di testimonianza.

Del Fante, Massimo
MdM_IT_P_00679 · Personne · 1894 giu. 2 - 1971 giu. 10

Nasce a Rocca Di Mezzo (L'Aquila). Laureato in ingegneria, da imprenditore durante il regime fascista accumula un’ingente fortuna attraverso commesse statali. Nel 1939, la sua società edilizia riceve l’appalto per la realizzazione di una rete di acquedotti che doveva rifornire ben 39 comuni divisi tra il Sannio e l’Irpinia. Dopo la caduta del regime Del Fante rimane in politica come deputato, è membro infatti del Partito nazionale monarchico nel 1953 e dal 1956 nel Partito monarchico popolare; viene eletto alla Camera nella circoscrizione de L'Aquila alle elezioni del 7 giugno 1953, dal 25 ottobre 1956 passa al Partito monarchico popolare e completa la Legislatura nel giugno 1958, ma nel febbraio del 1958 ritorna al Partito nazionale monarchico. E' vicepresidenza della VII Commissione Lavori Pubblici nel biennio 1954-1956; presenta diversi progetti di legge, spesso relativi all’ambito agrario.

Comune di Mondavio

Controversa e differenti tra loro sono le ipotesi formulate dagli storici in merito all’origine, fondazione e toponimo di Mondavio. Per il Macci Mondavio ebbe principio da una colonia romana. Secondo un’antica leggenda l’origine di Mondavio pare fosse direttamente legato ad uno dei tanti viaggi compiuti nelle nostre terre da san Francesco, il quale vedendo l’amenità del luogo e dalla moltitudine di uccelli che lo popolavano, avesse richiesto alla nobile e locale famiglia Ricci un terreno ove fondare un uovo convento della sua religione. Da questa leggenda, poeticamente, alcuni storici trassero l’origine del toponimo ”Mons avium” (il monte degli uccelli), noncé la giustificazione allo stemma civico che appunto raffigurava un volatile sopra tre monticelli in campo rosso. Tuttavia la tesi più accreditata, sostenuta in passato, anche dagli storici Calindri e Brandimarte, ritiene che Mondavio, in epoca tardo romana, facesse parte della fiorente città di Suasa, distante da lì soli 5 Km a monte, sulla sponda destra del Cesano, ove sono state portate alla luce notevoli vestigia e reperti. Distrutta Suasa da Alarico, re dei Goti, gli abitanti fuggirono insediandosi sulle colline attorno, dando origine ai primi nuclei degli attuali borghi collinari, fra cui, anche, Mondavio. A ribadire l’importanza di Mondavio sui limitrofi castelli, il Seta racconta di un ritrovamento, in quella zona, di una lapide sulla quale vi compariva la scritta: “Mons avium, parva civitas in Piceno”. Il territorio prima di far parte della Pentapoli Ravennate subì le incursioni devastatrici di Longobardi e Bulgari. Il vocabolo Mondavio si riscontra per la prima volta in un documento del 1178 (e successivamente in un registro vaticano del 1289). Tale cronologia confuterebbe, quindi, la citata ipotesi legata al patrono d’Italia. Tuttavia, a prescindere dalla riportata leggenda e dal vocabolo di origine storicamente incerta, ad oggi è comunemente accettato che Mondavio, come aggregato urbano, sia sorto o contemporaneamente o subito dopo la costruzione del convento francescano (1210-1220 circa), sebbene, innegabili siano tracce e accenni ancor più antichi riferibili all'esistenza di un castello a Mondavio, al tempo di un signorotto locale di nome Vanolo. Il Vicariato di Mondavio probabilmente si formò gradualmente per la presenza in loco di famiglie nobili e facoltose. Tra le tante famiglie nobili fiorite in zona si segnalano: gli Agabiti, i Negusanti, i Leonelli, i Mariotti, i Fedeli, i Lunacchi, i Luschi e gli Ubaldini. Ed è a proprio a questa casata che nell’anno 1194 l’imperatore Enrico IV concesse Mondavio unitamente ad altri 25 (poi ridoti a 24) castelli da Pergola fino a San Costanzo. Passato, poi, alla Chiesa, con il trasferimento della sede papale in Avignone, Mondavio, come le circonvicine terre dello Stato Pontificio, fu lasciato in balia dei belligeranti signorotti locali, fin quando, nell’anno 1314, Pandolfo Malatesta, signore e podestà di Pesaro, Fano e Senigallia acquisì il castello di Mondavio per il tradimento del suddetto Vanolo. Nell’anno 1316 Mondavio doveva sicuramete godere di una certa importanza se fu scelto quale luogo ove siglare la pace tra le rappresentanze di Fano e Fabriano. Ancora assoggettato al severo governo della città di Fano, nell’anno 1327 Mondavio si ribellò, complice, anche, lo spodestato ex signore di Fano, Pandolfo Malatesta il quale si appellò, in Avignone, al pontefice Giovanni XII che ordinò lo smembramento di Mondavio, assieme ai 24 castelli del vicariato, dal territorio di Fano, riassegnandolo nuovamente al rettore della Marca Anconitana. Da quel momento Pandolfo e poi Ferradino e Galeotto Malatesta tentarono a ripetizione di impadronirsi del Vicariato con scarsi successi fino all’anno 1353, ed il dominio della Chiesa continuò senza grosse scosse sino al 1376, anno in cui Galeotto Malatesta, dopo una serie di saccheggi, lo riconquistò. Alla sua morte nel 1391 Pandolfo Malatesta fu riconfermato signore di Mondavio da Papa Bonifacio IX, mentre nell’anno 1392 il di lui fratello Carlo Malatesta, rinforzò il riconquistato Mondavio, guarnendo la fortezza per difendere il territorio del Vicariato dalle incursioni delle soldatesche di Buldrini da Panicale. Nel 1400 egli vi stabilì la sua residenza, e Mondavio poté godere di un periodo di sviluppo e prosperità, accompagnata da grandi feste popolari. Morti Pandolfo e il fratello Carlo, il figlio Galeotto ottenne, nel 1429, da papa Martino V l’investitura degli stati “Malatestiani” a patto che restituisse alla Santa Sede le terre del Vicariato di Mondavio, Ma già dal 1433 sino al 1441 se lo contesero gli Sforza ed i Malatesta, finché, con il matrimonio di Sigismondo con Polissena Sforza, figlia di Francesco, tornarono i Malatesta e risiedettero a Mondavio, che fu abbellita e fortificata, sotto la benedizione di papa Eugenio IV. Nel 1447 Federico da Montefeltro, su ordine del papa, che voleva punire Sigismondo per la morte di Polissena, invase il Vicariato e espugnò Mondavio, cacciando il Malatesta, dopo soli dodici giorni di assedio. Tuttavia la famiglia Malatesta riconquistò il Vicariato nell’anno 1462, per essere, poi, definitivamente sconfitta ed esiliata e facendo gravitare, nuovamente, il Vicariato di Mondavio, assieme alle due città di Fano e Senigallia, sotto la dominazione pontificia. Nell’anno 1463 il vasto territorio del Vicariato, unitamente a Senigallia e Montemarciano, vennero infeudati dal pontefice Pio II al di lui nipote Antonio Piccolomini. Morto, però, il pontefice i mondaviesi, assieme agli abitanti dei vicini castelli di Mondolfo e San Costanzo e della città di Senigallia, si ribellarono al signore fin quando, nell’anno 1464, Mondavio, cacciato il Piccolomini, si sottomise spontaneamente al governatore di Fano, il vescovo di Perugia, Giacomo Vannucci da Cortona.
Salito al seggio pontificio papa Sisto IV, nell’anno 1474, donò il recuperato Vicariato di Mondavio al nipote e condottiero Giovanni della Rovere, già signore di Senigallia, come dono di nozze con Giovanna della Rovere. Prima di questa infeudazione, Il nuovo signore Giovanni della Rovere soggiornò per qualche periodo a Mondavio e vi fece costruire nell’anno 1482 (la costruzione finì nell’anno 1492) la Rocca dall’architetto senese Francesco di Giorgio Martini. Tra i tanti privilegi che Giovanni della Rovere riuscì ad acquisire per Mondavio, quello più importante fu, certamente, il ripristino della residenza del Tribunale supremo su tutto il Vicariato. Suo figlio Francesco Maria, forse nato a Mondavio, successe nel 1503 allo zio Guidobaldo, nel Ducato di Urbino, e vi incorporò anche il Vicariato di Mondavio. I periodi di governo di Giovanni e Francesco Maria della Rovere furono i più felici e prestigiosi nella storia di Mondavio. Leone X concedette Mondavio ed il Vicariato a Lorenzo de Medici, ma alla sua morte ritornò, nuovamente, sotto il governo caratterizzato dalla “libertas ecclesiastica” della città di Fano attraverso la bolla pontificia del 27 giugno 1520 emanata da papa Leone X. Tuttavia questa nuova cessione al dominio fanese fu, ancora, fortemente invisa ai mondaviesi i quali, alla morte del pontefice Leone X, aprirono le porte del castello a Francesco Maria I che poté riconquistare i suoi antichi domini fortificando, ulteriormente, le rocche di Mondavio e di Mondolfo. Nell’anno 1631 quando si estinse la dinastia dei Della Rovere, il Ducato, assieme al Vicariato di Mondavio ritornarono, pacificamente, sotto la giurisdizione della Santa Sede, venendo retti da un cardinale legato. Il Vicariato di Mondavio restò anche in seguito con territorio più ridotto sino alla costituzione del regno d'Italia nel 1860, e fu poi trasformato in Mandamento di 12 comuni sino al 1923. Il Vicariato di Mondavio, a quanto scrisse Sebastiano Macci, “ebbe amplissimo territorio di popolatissimi castelli e di nobilissime terre”.

Comune di Mondavio

Controversa e differenti tra loro sono le ipotesi formulate dagli storici in merito all’origine, fondazione e toponimo di Mondavio. Per il Macci Mondavio ebbe principio da una colonia romana. Secondo un’antica leggenda l’origine di Mondavio pare fosse direttamente legato ad uno dei tanti viaggi compiuti nelle nostre terre da san Francesco, il quale vedendo l’amenità del luogo e dalla moltitudine di uccelli che lo popolavano, avesse richiesto alla nobile e locale famiglia Ricci un terreno ove fondare un uovo convento della sua religione. Da questa leggenda, poeticamente, alcuni storici trassero l’origine del toponimo ”Mons avium” (il monte degli uccelli), noncé la giustificazione allo stemma civico che appunto raffigurava un volatile sopra tre monticelli in campo rosso. Tuttavia la tesi più accreditata, sostenuta in passato, anche dagli storici Calindri e Brandimarte, ritiene che Mondavio, in epoca tardo romana, facesse parte della fiorente città di Suasa, distante da lì soli 5 Km a monte, sulla sponda destra del Cesano, ove sono state portate alla luce notevoli vestigia e reperti. Distrutta Suasa da Alarico, re dei Goti, gli abitanti fuggirono insediandosi sulle colline attorno, dando origine ai primi nuclei degli attuali borghi collinari, fra cui, anche, Mondavio. A ribadire l’importanza di Mondavio sui limitrofi castelli, il Seta racconta di un ritrovamento, in quella zona, di una lapide sulla quale vi compariva la scritta: “Mons avium, parva civitas in Piceno”. Il territorio prima di far parte della Pentapoli Ravennate subì le incursioni devastatrici di Longobardi e Bulgari. Il vocabolo Mondavio si riscontra per la prima volta in un documento del 1178 (e successivamente in un registro vaticano del 1289). Tale cronologia confuterebbe, quindi, la citata ipotesi legata al patrono d’Italia. Tuttavia, a prescindere dalla riportata leggenda e dal vocabolo di origine storicamente incerta, ad oggi è comunemente accettato che Mondavio, come aggregato urbano, sia sorto o contemporaneamente o subito dopo la costruzione del convento francescano (1210-1220 circa), sebbene, innegabili siano tracce e accenni ancor più antichi riferibili all'esistenza di un castello a Mondavio, al tempo di un signorotto locale di nome Vanolo. Il Vicariato di Mondavio probabilmente si formò gradualmente per la presenza in loco di famiglie nobili e facoltose. Tra le tante famiglie nobili fiorite in zona si segnalano: gli Agabiti, i Negusanti, i Leonelli, i Mariotti, i Fedeli, i Lunacchi, i Luschi e gli Ubaldini. Ed è a proprio a questa casata che nell’anno 1194 l’imperatore Enrico IV concesse Mondavio unitamente ad altri 25 (poi ridoti a 24) castelli da Pergola fino a San Costanzo. Passato, poi, alla Chiesa, con il trasferimento della sede papale in Avignone, Mondavio, come le circonvicine terre dello Stato Pontificio, fu lasciato in balia dei belligeranti signorotti locali, fin quando, nell’anno 1314, Pandolfo Malatesta, signore e podestà di Pesaro, Fano e Senigallia acquisì il castello di Mondavio per il tradimento del suddetto Vanolo. Nell’anno 1316 Mondavio doveva sicuramete godere di una certa importanza se fu scelto quale luogo ove siglare la pace tra le rappresentanze di Fano e Fabriano. Ancora assoggettato al severo governo della città di Fano, nell’anno 1327 Mondavio si ribellò, complice, anche, lo spodestato ex signore di Fano, Pandolfo Malatesta il quale si appellò, in Avignone, al pontefice Giovanni XII che ordinò lo smembramento di Mondavio, assieme ai 24 castelli del vicariato, dal territorio di Fano, riassegnandolo nuovamente al rettore della Marca Anconitana. Da quel momento Pandolfo e poi Ferradino e Galeotto Malatesta tentarono a ripetizione di impadronirsi del Vicariato con scarsi successi fino all’anno 1353, ed il dominio della Chiesa continuò senza grosse scosse sino al 1376, anno in cui Galeotto Malatesta, dopo una serie di saccheggi, lo riconquistò. Alla sua morte nel 1391 Pandolfo Malatesta fu riconfermato signore di Mondavio da Papa Bonifacio IX, mentre nell’anno 1392 il di lui fratello Carlo Malatesta, rinforzò il riconquistato Mondavio, guarnendo la fortezza per difendere il territorio del Vicariato dalle incursioni delle soldatesche di Buldrini da Panicale. Nel 1400 egli vi stabilì la sua residenza, e Mondavio poté godere di un periodo di sviluppo e prosperità, accompagnata da grandi feste popolari. Morti Pandolfo e il fratello Carlo, il figlio Galeotto ottenne, nel 1429, da papa Martino V l’investitura degli stati “Malatestiani” a patto che restituisse alla Santa Sede le terre del Vicariato di Mondavio, Ma già dal 1433 sino al 1441 se lo contesero gli Sforza ed i Malatesta, finché, con il matrimonio di Sigismondo con Polissena Sforza, figlia di Francesco, tornarono i Malatesta e risiedettero a Mondavio, che fu abbellita e fortificata, sotto la benedizione di papa Eugenio IV. Nel 1447 Federico da Montefeltro, su ordine del papa, che voleva punire Sigismondo per la morte di Polissena, invase il Vicariato e espugnò Mondavio, cacciando il Malatesta, dopo soli dodici giorni di assedio. Tuttavia la famiglia Malatesta riconquistò il Vicariato nell’anno 1462, per essere, poi, definitivamente sconfitta ed esiliata e facendo gravitare, nuovamente, il Vicariato di Mondavio, assieme alle due città di Fano e Senigallia, sotto la dominazione pontificia. Nell’anno 1463 il vasto territorio del Vicariato, unitamente a Senigallia e Montemarciano, vennero infeudati dal pontefice Pio II al di lui nipote Antonio Piccolomini. Morto, però, il pontefice i mondaviesi, assieme agli abitanti dei vicini castelli di Mondolfo e San Costanzo e della città di Senigallia, si ribellarono al signore fin quando, nell’anno 1464, Mondavio, cacciato il Piccolomini, si sottomise spontaneamente al governatore di Fano, il vescovo di Perugia, Giacomo Vannucci da Cortona.
Salito al seggio pontificio papa Sisto IV, nell’anno 1474, donò il recuperato Vicariato di Mondavio al nipote e condottiero Giovanni della Rovere, già signore di Senigallia, come dono di nozze con Giovanna della Rovere. Prima di questa infeudazione, Il nuovo signore Giovanni della Rovere soggiornò per qualche periodo a Mondavio e vi fece costruire nell’anno 1482 (la costruzione finì nell’anno 1492) la Rocca dall’architetto senese Francesco di Giorgio Martini. Tra i tanti privilegi che Giovanni della Rovere riuscì ad acquisire per Mondavio, quello più importante fu, certamente, il ripristino della residenza del Tribunale supremo su tutto il Vicariato. Suo figlio Francesco Maria, forse nato a Mondavio, successe nel 1503 allo zio Guidobaldo, nel Ducato di Urbino, e vi incorporò anche il Vicariato di Mondavio. I periodi di governo di Giovanni e Francesco Maria della Rovere furono i più felici e prestigiosi nella storia di Mondavio. Leone X concedette Mondavio ed il Vicariato a Lorenzo de Medici, ma alla sua morte ritornò, nuovamente, sotto il governo caratterizzato dalla “libertas ecclesiastica” della città di Fano attraverso la bolla pontificia del 27 giugno 1520 emanata da papa Leone X. Tuttavia questa nuova cessione al dominio fanese fu, ancora, fortemente invisa ai mondaviesi i quali, alla morte del pontefice Leone X, aprirono le porte del castello a Francesco Maria I che poté riconquistare i suoi antichi domini fortificando, ulteriormente, le rocche di Mondavio e di Mondolfo. Nell’anno 1631 quando si estinse la dinastia dei Della Rovere, il Ducato, assieme al Vicariato di Mondavio ritornarono, pacificamente, sotto la giurisdizione della Santa Sede, venendo retti da un cardinale legato. Il Vicariato di Mondavio restò anche in seguito con territorio più ridotto sino alla costituzione del regno d'Italia nel 1860, e fu poi trasformato in Mandamento di 12 comuni sino al 1923. Il Vicariato di Mondavio, a quanto scrisse Sebastiano Macci, “ebbe amplissimo territorio di popolatissimi castelli e di nobilissime terre”.

Associazione per lo Sbattezzo
Collectivité · 1986 -

L'associazione viene creata con atto costitutivo al quale sono presenti noti esponenti del mondo libertario italiano (a partire dagli scomparsi Marina Padovese, anarchica antimilitarista autrice di Donne contro la guerra, e Guido Tassinari, presidente dell'ASSTER, associazione per la sterilizzazione volontaria maschile e femminile).
L'ispirazione per la nascita dell'associazione viene dalle discussioni e dagli incontri dei meeting anticlericali, svoltisi a Fano dal 1984 al 1998. È in tale contesto che lo studioso di diritto ecclesiastico Gianni Cimbalo propone gli articoli principali dello Statuto.
L'idea dei fondatori è quella di riprendere il gesto compiuto da Aldo Capitini il 27 ottobre 1958, con la sua lettera all'arcivescovo di Perugia nella quale egli rendeva nota la sua volontà di non essere più considerato e contato tra i battezzati cattolici. Il battesimo cattolico, pur non avendo alcun valore legale, poiché la religione cattolica non è religione di Stato, è tuttavia considerato una delle basi di calcolo della Chiesa cattolica per il computo del numero dei cattolici, numero su cui si fonda parte della forza contrattuale dell'istituzione religiosa con gli Stati.
La Dichiarazione di Sbattezzo viene lanciata in quegli anni dall'Associazione come atto in preminenza culturale e politico, rigettando qualsiasi forma di amministrazione rituale ma anzi dando rilievo al gesto di libertà che prende forma sociale e pubblica. La presidenza della Associazione è retta da Francesca Palazzi Arduini dal 1986 sino al 1998. Da allora l'Associazione non ha rinnovato gli incarichi e si è formalmente sciolta il 2 ottobre 2005. L'eredità della Associazione è stata raccolta dalla Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti che ha dato un nuovo impulso al movimento di abiura grazie alla costituzione in Italia dell'istituto di Garanzia della privacy. Questi ha risposto nel 1999 all'esposto di un socio che chiedeva la notifica di sbattezzo sul registro dei battezzati della parrocchia di origine.

L'attività della Associazione per lo sbattezzo negli anni ottanta e novanta è consistita non solo nella raccolta di adesioni ma nel supporto all'organizzazione dei Meeting Anticlericali di Fano, in conferenze e dibattiti pubblici in tutta Italia, alcune delle quali fecero scalpore e destarono scandalo nella opinione pubblica cattolica (come I guasti psicologici della educazione religiosa del prof. Alberto Pettigiani) tanto da attirare l'interesse del Magistrato Luigi Persico che nel 1986 dichiarò pubblicamente alla stampa di voler indagare sulla Associazione per verificarne la liceità, come venne riportato da L'Espresso. Il Vaticano, inoltre, spedì una nota alla Farnesina chiedendo spiegazioni circa l'attività pubblica svolta dalla Associazione e soprattutto dello svolgimento in strutture pubbliche dei meeting anticlericali, facendo di Fano un centro di dibattito e scambio culturale sui temi della laicità e per un nuovo concetto di anticlericalismo, non più cioè quello ottocentesco ma quello politicamente attuale che prende in considerazione la funzione negativa, dal punto di vista spirituale e sociale, del clero. A questo proposito sono degni di nota i dossier e gli interventi della Associazione sul meccanismo dell'otto per mille, sulla attività finanziaria della Chiesa cattolica (con la mostra Settimo: non rubare).

In migliaia di copie venne distribuito l'adesivo Papa Wojtyla? No, grazie! che, riprendendo il famoso slogan antinuclearista, lo trasponeva in ambito religioso. Nel 1994 la presidente dell'Associazione, congiuntamente ad un altro attivista del circolo culturale N. Papini di Fano (sede nazionale dell'associazione) viene condannata a un anno di detenzione, diminuito ad otto mesi, per vilipendio a capo di Stato estero, o meglio, secondo il dispositivo per aver ripetutamente vilipeso il Sommo Pontefice con espressioni ed immagini gravemente lesive della sua dignità e funzioni; la condanna viene stabilita senza chiedere il nulla osta al ministero, come previsto dalla legge in questo caso, e con la richiesta di assoluzione da parte del pubblico ministero. La condanna verrà successivamente ritirata in corte d'appello nel 1998.

Coordinamento comunista anarchico - CCA
Collectivité · 1982-[1987]

Attraverso l’azione del Coordinamento comunista anarchico (d'ora in avanti CCA), che con il Circolo Papini condivideva la sede di Fano in via Garibaldi, prosegue seppure solamente per qualche anno (probabilmente non oltre il 1987), l’attività politica svolta negli anni Settanta dalla Sezione Nord dell’Organizzazione anarchica marchigiana - OAM (l’organizzazione si sciolse nel 1979). Non è un caso, del resto, che la denominazione assunta dal CCA richiami esplicitamente quella del Coordinamento anarchico provinciale di Pesaro, l’organizzazione che riuniva gli anarchici di quella zona prima che la stessa entrasse a far parte dell'OAM, modificando il proprio nome in Sezione Nord. A dimostrazione della ‘continuità’ dell’azione del CCA rispetto a quella svolta dall’OAM, è opportuno ricordare la testimonianza di Federico Sora, militante dell'OAM e tra i principali animatori del Circolo, che ripercorre quanto accaduto negli anni immediatamente successivi allo scioglimento dell’Organizzazione anarchica marchigiana:

"Io comincio a lavorare […] nel 1979, l’anno successivo inizia il lavoro stabile e iniziano anche i miei incarichi sindacali sul posto di lavoro. Contemporaneamente abbiamo ripreso l'attività anarchica. Nel 1981 il luogo di incontro era inizialmente casa di Michel, a Fano ai Piattelletti, con la presenza di Donato e altri di Pesaro, poi, nel 1982, abbiamo aperto la sede in via Garibaldi come Centro di documentazione Napoleone Papini. La gestione era divisa a metà tra il collettivo femminista e il nostro gruppo che avevamo denominato di nuovo, richiamandoci all'esperienza di qualche anno prima, Coordinamento comunista anarchico (CCA), sempre su base provinciale. Dopo circa un anno le femministe hanno lasciato la sede mentre noi abbiamo continuato a frequentarla e nuove persone si sono aggregate. Nella pratica del CCA portammo l’esperienza e il modo di fare appreso nell'OAM, con discussioni continue e l’appuntamento fisso – qualsiasi cosa succedesse – il giovedì sera […] Ora che non ho più un riferimento d’incontro periodico sento che quelle riunioni mi mancano molto, non erano un rito o una funzione religiosa, erano un momento di discussione che arricchiva collettivamente, un metodo che non ho ritrovato in altre organizzazioni o nel sindacato in cui sono ancora attivo. Mi ricordo anche gli immancabili verbali riassuntivi delle riunioni fatti in molteplici copie a uso sia degli assenti che dei presenti, per rimarcare quanto detto e deciso. Anche se si usavano le indimenticabili veline, abbiamo sicuramente dato il nostro contributo alla deforestazione! Come quanto avevo già vissuto nelle riunioni dell’OAM, anche quelle del CCA sono state un’esperienza ricca e positiva; mi è capitato di partecipare ad alcune riunioni indette da partiti o partitini di extrasinistra ma la differenza era totale: noi discutevamo e poi decidevamo, gli altri dovevano solo articolare la linea decisa dai vertici del partito oppure organizzare le iniziative decise dal gruppo politico. Poi, pian piano, l’attività del Coordinamento, anche per la partecipazione di persone dal percorso politico meno omogeneo, si è trasformata in attività del Circolo culturale Napoleone Papini, non più espressione di una linea politica specifica ma che raccoglieva diverse sensibilità. Dal 1984 abbiamo iniziato a organizzare a Fano i Meeting anticlericali, cosa che si continuerà a fare con grande impegno per quasi quindici anni".

Gli obiettivi politici del CCA, sintetizzati nell’editoriale del 6 aprile 1983 pubblicato nel secondo numero di “Alta Tensione” (bollettino stampato dal Coordinamento), confermano quantomeno la volontà, da parte del CCA, di agire in continuità con l’azione già svolta dall’OAM:

"Da questo mese in via Garibaldi a Fano, è aperta ufficialmente la sede intestata al Centro di documentazione Napoleone Papini […] Questa sede ospiterà sia il CCA sia il Collettivo Femminista di Fano. Lo sforzo finanziario ed organizzativo che ci proponiamo di sostenere ha il valore di un investimento politico: la riapertura di una sede libertaria a Fano come punto di riferimento per i lavoratori e i compagni che intendono confrontarsi per organizzare iniziative di lotta e controinformazione. Una sede politica significa anche poter disporre di pubblicazioni e informazioni che siano accessibili a tutti, al fine di consentire la circolazione di materiale alternativi per la crescita politica di ciascuno. […] Qualcuno potrebbe trovare discutibile la necessità di una sede politica in questi tempi di disimpegno, tuttavia è proprio in questi periodi di arretramento del movimento di classe che le minoranze rivoluzionarie hanno il compito di recuperare l’agibilità di luoghi pubblici specifici per ricucire il dibattito, per riprendere l’iniziativa, per organizzare i dati dell’attività di controinformazione".

Come ricorda Sora, negli anni successivi, l’attività del CCA, di fatto, è confluita nell’azione del Circolo Papini,

Collettivo antimilitarista fanese - CAF
Collectivité · [1981-1985]

Gruppo attivo sicuramente tra il 1981 ed il 1985, ha condiviso la sede di Fano, in via Garibaldi, col Circolo culturale Papini.
Ha organizzato iniziative diverse relative al tema dell'antimilitarismo.

Collectivité · 1992-[1995]

L'Osservatorio si è costituito al Meeting Anticlericale del 1992 con lo scopo di indagare sulla portata e l'estensione degli attacchi alla libertà femminile portati contro le donne da parte delle religioni considerate 'integraliste' (prime fra tutte in Italia la Chiesa cattolica).
Ha sede presso il Circolo culturale Papini di Fano.

Allergia Teatre
Collectivité · 1990-[1994]

Associazione culturale femminile. Nasce nell'aprile del 1990 dalla necessità e dal desiderio di alcune donne (provenienti da esperienza di teatro, danza, pittura e scultura) di praticare e sviluppare una ricerca ancora assente nel nostro territorio. Questa ricerca si fonda sulla autenticità femminile in campo artistico, espressivo, culturale e si muove dalla realtà della differenziazione sessuale: esseri umani di sesso diverso, cioè, creano anche in modo diverso. Su queste basi l’associazione produce spettacoli e seminari teatrali, organizza laboratori, mostre, concerti.
Ha sede a Fano e a Pesaro, presso la Casa delle donne, almeno fino al 1993.